L’opera di Julia Artico è stata interpretata come l’espressione pura e sincera di un mondo dai caratteri che si sono definiti, a più riprese, “fiabeschi”.
Ma è  relegando la sua opera in una “zona di confine” tra realtà e illusione favolistica, che si rischia di non cogliere gli aspetti più rilevanti della sua produzione.
Nelle fiabe ci sono i cattivi e i buoni, vincono il più delle volte la buona morale e la schiera dei giusti.

Nell’opera di Julia assistiamo invece all’astensione del giudizio, all’estrapolazione dei soggetti dal momento storico per far posto all’essenza più intima e lirica della materia in cui vengono veicolati i desideri verbali del silenzio.

Non un silenzio qualunque, ma il silenzio atavico che erge con dirompenza dal sottosuolo e che per il filosofo Max Picard ha la funzione di svolgere “l’essenziale ruolo di terreno d’incontro con l’indicibile”.
Addentrarsi nel linguaggio artistico di Artico significa predisporsi serenamente all’ascolto, alla eguale attenzione affettiva che dimostrava Umberto Saba nelle sue liriche dedicate agli animali, comparate all’aspetto recondito e puerile dell’uomo.

E’ la componente abrasiva del silenzio che la fa da padrona, la vulnerabilità dei moti interiori degli animi a scuoterlo di profondissima quiete.

Dott.ssa Sofia Rondelli