IL CANE CHE NON AMAVA L’OMBRA

IL CANE CHE NON AMAVA L’OMBRA

“…Andiamo uomo e cane uniti dal mattino verde,
dall’incitante solitudine vuota nella quale solo noi esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada e il poeta del bosco,
perché non esiste l’uccello nascosto,
ne’ il fiore segreto, ma solo trilli e profumi per i due compagni:
un mondo inumidito dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l’antica amicizia,
la felicità d’essere cane e d’essere uomo trasformata in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe e una coda
con rugiada.”

tratto da: “ode al cane” di Pablo Neruda

LA STORIA

Fiutando l’aria, mi hai insegnato a cogliere l’essenza delle cose, a correre a perdifiato fino alle cascate nel bosco, e poi lì, tra le acque mercuriali ritrovare il centro del mio essere.

Naso umido, nella più buia delle notti mi hai dormito accanto come nessun umano ha mai fatto, e seguendo il ritmo del mio respiro mi hai leccato l’ombra lacera.

Cuore gioioso, mi hai donato le carezze mancate di un amore distratto e ad ogni passo sfiorato l’ombra per inondarla di luce.

E’ buffo che nella mia presunzione abbia pensato di averti salvato la vita, quando a ben vedere al di là dell’apparente, sei tu che l’hai salvata a me.

  • Misure: 60 cm x 40 cm circa.
  • Peso: a partire da 1,6 Kilogrammi Circa.
  • Materiali: Fieno, Corda, Legno, Viti.
  • Prezzo di base: a partire da €350 .

I cani sono replicabili in ogni misura e in ogni posizione.

L’ installazione di Julia Artico, Tra Terra Cielo e Acqua, è la più figurativa, in quanto rappresenta cinque oche e un violoncello costruito con paglia e fieno.
Le oche significano l’unione tra terra e acqua, lo sguardo al cielo in un equilibrio unico.
L’oca è l’animale simbolo di questa unione tra i tre elementi.
Il fieno è un materiale ormai tradizionale tra le mani di questa artista.
Con questo materiale crea una scenografia naturalistica, una poesia del tangibile, una invenzione del continuum con la propria natura, non come evocazione, quanto gioco di compenetrazione con la propria erba trasformata in immagine, alla stregua di chi lavora con la materia dei sogni e li converte in un film bucolico, in una istallazione al pari di una pastorale.
Per Artico, il giardino del convento si trasforma in un terreno di saggezza (le terreau de la sagesse ); non è un giardino filosofico né di riflessione di un esperienza spirituale, ma il posto per trasmettere una conoscenza primordiale, infantile di purezza e di gioco, una saggezza primaria del semplice sentirsi con la propria erba, col proprio fieno, convertendo alla natura una bella commedia fatta di sogni. Affinché la funzione dell’arte sia rieducarsi nella semplicità e nell’amore Francescano con sorella oca o con fratello violoncello.
Per Artico, come anche per il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, la materia è estensione di sé stessi, qualcosa che un informale come Antoni Tàpies sapeva fino dal primo momento.
“Lo spessore del corpo,  lontano dal rivaleggiare  con il mondo è al contrario l’unico modo che ho per arrivare al cuore delle cose, diventando mondo e trasformandolo in carne” dice Marleau–Ponty.
Se Tàpies utilizza qualsiasi cosa tenga in mano, un sesso, per esempio, fatto con le setole di una spazzola, in Artico il semplice fieno è la materia con la quale costruire i propri sogni.

Kosme María de Barañano Letamendía

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